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Thoughts on life, liberty, and the pursuit of soccer

Gennaio 22, 2014 at 5:00pm
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Rebloggato da cronologiafutbolistica
Paolo Maldini and Franco Baresi facing Alen Boksic during the 1993 Champions League final

Paolo Maldini and Franco Baresi facing Alen Boksic during the 1993 Champions League final

4:25pm
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Poi un giorno, dopo il corso d’italiano, Costacurta si mise a conversare in francese e mi fece notare che leggevo “Libération” che come “Repubblica” non era giornale gradito a Milanello. Era una battuta, ma il fisioterapista mi consigliò di nasconderlo sotto la giacca.

— Vikash Dhorasoo

Gennaio 18, 2014 at 11:00am
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Modern gladiators: il calcio storico fiorentino

Dicembre 22, 2013 at 2:00pm
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Joe Jordan, Inter 2-2 Milan, 6 settembre 1981

Joe Jordan, Inter 2-2 Milan, 6 settembre 1981

11:00am
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José si nasconde nel suo armadietto. Rocco arriva, lo trova aperto, si alza il cappello e s’interroga. “Mah, strano, neanche ieri l’ho chiuso”. Lo apre e spunta fuori, nudo urlante, Altafini: “Baahhh!”. E Rocco spaventato: “Bruto mona, te me fa vegnir l’infarto”. Si siede sulla panchina fingendo di ansimare pesantemente: “Non farlo più, non farlo più… Disgraziato”. Altafini lo rifaceva e la scena si ripeteva. L’anno dopo Rocco va via, arriva Nils Liedholm, Altafini ripropone con il Barone la scena dell’armadietto. Ma quando salta fuori, nudo, urlante, il Barone sussurra: “Non è questo tuo armadietto”.

— Gazzetta dello Sport

Dicembre 2, 2013 at 2:01pm
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40

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Novembre 29, 2013 at 11:04pm
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Memorie di Adriano

Ora il più grande dirigente dello sport italiano farà altro, perché al Milan non c’è più posto per lui. Per ventisette anni, Adriano Galliani è stato la sola vera costante di questo club: una sovrapposizione perfetta, quella tra il Milan e il suo amministratore delegato, perché i calciatori tradiscono, gli allenatori svaniscono e i mecenati hanno mille tentazioni più lucenti.

Sia detto con disincanto: il Milan di Berlusconi è in realtà il Milan di Galliani, almeno da vent’anni, almeno da quel 18 maggio 1994 in cui il primo governo del Cavaliere si guadagnava la fiducia in Senato mentre i suoi strapazzavano il Barcellona ad Atene, svelando un solido retropensiero del berlusconismo calcistico: il pallone come volontà di potenza («Ma quante Champions League ha vinto Spaventa?»), come instrumentum regni («I punti persi alle europee dal PDL sono colpa di Kakà»), come puntello indispensabile alla vanità del capo, profeta del calcio totale dell’Edilnord («…quel gioco che ora si dice ‘alla Barcellona’ e che io praticavo da allenatore, nella squadra dei miei ragazzi: 24 passaggi di fila, mai più lunghi di quattro metri»).

In Galliani non c’è ombra di calcolo. Intendiamoci: non occupi per trent’anni lo stesso posto senza intrecciare un reticolo di legami e abitudini. Non è un caso che Barbara abbia picconato, prima d’ogni altra cosa, la topografia del potere adrianeo, con quel trasferimento a distanza di sicurezza da Giannino; e abbia alluso, subito dopo, all’eccessiva consuetudine dell’a.d. con presidenti e procuratori. Molto semplicemente, quando il tuo lavoro è la tua vita, porti la vita nel lavoro, lo arredi, ti ci metti comodo. Galliani ha vissuto di calcio e respirato calcio, a pranzo o sotto l’ombrellone di Forte dei Marmi. Si è arricchito negli anni, ma questo mestiere l’avrebbe fatto anche gratis; i soldi contano ora che la rottura è consumata.

Galliani ha amato il Milan come nessuno e fino all’ultimo. L’hanno capito tutti, anche quelli che non hanno smesso di rinfacciargli il peccato originale, come a un Emilio Fede qualsiasi. L’hanno visto sfigurato dalla gioia in tribuna, un ibrido dell’Urlo di Munch e della Teresa d’Avila del Bernini. L’hanno visto, sornione, imboccare i giornalisti con le mezze verità del mercato, già pregustando il colpo entusiasmante. L’hanno visto titillare con trasporto genuino le sue cotte (Arrigo, Carlo, Pippo…) e l’hanno visto abbandonare commosso l’ultima cena di Arcore. L’hanno visto mentre, con gioia bambinesca, esponeva alle telecamere il suo ultimo rito, i calzini rossoneri – in un momento in cui, era evidente, la cravatta gialla non bastava più.

Durante la sua reggenza, Galliani ha commesso molte ingenuità e alcuni errori importanti – tra questi, il gran rifiuto di Marsiglia e la difesa ostinata e inspiegabile di Allegri, che l’ha fatalmente logorato. Le macchie, tuttavia, sono di gran lunga inferiori alle gioie. Ha trasformato una nobile decaduta nella squadra più titolata al mondo e in un marchio senza eguali nel nostro calcio. L’ha fatto con i quattrini di Berlusconi, vero. Ma quando le disponibilità sono diminuite, ha sopperito con esperienza e astuzia, fino a ricorrere a quelle manovre opache ma efficaci di cui oggi i detrattori gli chiedono conto. E quando la proprietà ha chiuso i rubinetti, Galliani – aziendalista come solo un innamorato – ha portato i bilanci in equilibrio senza battere ciglio e senza rinunciare a progettare il futuro.

Senza Berlusconi non ci sarebbe stato Galliani, questo è indubbio. Ma è altrettanto evidente che senza Galliani non ci sarebbe stato un Milan così. Prima e meglio degli altri dirigenti italiani, l’ex antennista ha saputo individuare gli elementi chiave dello spettacolo calcistico moderno, evidenziando un senso innato per la componente aziendalistica della gestione di un club: il ruolo delle televisioni, mestiere di famiglia, ma anche il tema della fiscalità, quello degli stadi, lo sfruttamento della leva commerciale.

Alle competenze manageriali ha unito una profonda conoscenza del gioco e degli uomini: pregi che raramente si combinano in un unico soggetto. Se il Milan ha accumulato in trent’anni un palmarès pesante come il piombo, lo si deve in gran parte all’epica mercantile di Adriano: i due miliardi scarsi per Van Basten, il contratto di Rijkaard nascosto nelle mutande, gli scarti dell’Inter trasformati in oro, le intuizioni brasiliane – non male per uno che disprezza gli osservatori – e le estenuanti trattative al ribasso. Le sue plusvalenze potranno essere gonfiate, ma le minusvalenze altrui si toccano e sanguinano.

«Il Ronaldo dei dirigenti», hanno detto. Sa fare tutto e voleva continuare a farlo. Non potrà, perché l’erede al trono ha reclamato il proprio ruolo. Ironia della sorte, con un’altra missiva obliqua: Barbara come Veronica, Adriano come Silvio (per lui affetto «immutato e immutabile»), un divorzio a mezzo stampa. Ma Galliani non si farà rosolare; non è tagliato per il ruolo del separato in casa e non guarderà il suo Milan tra le braccia di qualcun altro; non ora, almeno, non prima del lutto, non prima del prossimo trofeo.

Novembre 26, 2013 at 2:01pm
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Eli Manning’s Footballs Are Months in Making - NYTimes.com →

When Eli Manning drops back to throw his first pass Sunday against the Dallas Cowboys, the football in his hands will be as familiar as an old friend. That is because the ball has been scoured, scrubbed, soaked and seasoned, a breaking-in process that takes months and ensures that every ball used by the Giants in a game will meet Manning’s exact preferences. The leather will have been softened, the grip enhanced and the overall feel painstakingly assessed.

1:52pm
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1° marzo 1986

1° marzo 1986

Novembre 24, 2013 at 2:49pm
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Non c’è niente di più umiliante di vedersi parare un rigore da un portiere così cretino da non capire la finta.

— Giuseppe Meazza