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C’è qualcosa che non funziona, che non quadra, se l’immagine più forte, l’icona indelebile della notte del Triplete, al netto di Capitan Zanetti che s’infila in testa la Coppa dalle grandi orecchie, non sono le braccia al cielo di Milito o le feste al Bernabeu, ma due uomini che piangono abbracciati nel buio di un parcheggio, in un film di Almodóvar. Si piange per un brusco, lungo addio. Ma non basta. Perché piangevano, allora?
Perché avevano già capito che era finita. Che quella squadra miracolosa, perfetta, quella macchina mentale applicata al gioco del calcio, quel fascio di forza magnetica in cui anche Eto’o veniva con naturalezza risucchiato a fare il terzino, quella squadra forgiata in due anni al fulmicotone, di gioie e di polemiche sublimi da José Mourinho, il Filosofo di Setúbal che aveva ribaltato il calcio italiano, era arrivata al trionfo irripetibile e dunque al passo fatale dell’addio.
C’è quella storia della lumaca di Milanello. “Devono ancora pagarmi la scommessa, infami”. Era viva, appena sbucata da un cespuglio umido. “Quanto ci mettiamo in mano che me la mangio?”. La prese, la infilò in bocca, sparì. “Bè, qual è il problema?”. Gennaro Gattuso lo dice sfacciato, con quella faccia che è sempre così, a metà tra uno che vuole fare il minaccioso e uno che ti sta prendendo per il culo. “Oh, guarda che le lumache le mangiano tutti”. Ma quella era viva. “Embè. Tu non sai nemmeno quello che ti mangi. Meglio viva che cotta, sai quante volte t’hanno dato un gatto al posto di un coniglio? Te l’hanno preparato e tu non lo sapevi. Un gatto. Cioè quello fa schifo, non la lumaca”.
Lui è questo: “Vabbè dai Robinho, capita di sbagliare un gol che avrei fatto pure io con 12 cm di tacco con una palla da basket forata sotto”. Lui è queste ventiquattro parole scritte da un tifoso milanista su Facebook. Robinho è semplicemente un mangiagol. Sbaglia quello che gli altri non sbagliano. Solo davanti al portiere o a porta vuota: fuori, alto, palo, parata. Non hai certezze perché le possibilità d’errore sono praticamente infinite. Binho ne ha provate molte. Sa che cosa significa buttarla fuori dalla riga di porta. Lo sa perché gli è successo quando giocava nel San Paolo: lui appollaiato sul palo destro, la palla che arriva un po’ veloce, lui che deve soltanto appoggiare, allora mette il sinistro, la tocca e riesce a mandarla a lato. Sette metri e trentadue centimetri alla sua destra e un centimetro alla sua sinistra, ecco lui la mette là, dove sarebbe impossibile per la fisica, oltre che per il buonsenso calcistico. Capita, sì. Capita a lui ed altri.
[E poi capita che il mangiagol segni il gol scudetto.]